WINNERS 2018 2019-02-06T19:07:48+00:00

WINNERS PREMIO VOGLINO 2018

— Portfolio vincitori per la fotografia in Italia —

ANNUNCIAMO I VINCITORI SELEZIONATI DALLA GIURIA NELLE DIVERSE CATEGORIE PER QUESTA EDIZIONE DEL PREMIO VOGLINO 2017 . OGNUNO DI LORO E’ STATO CANDIDATO A METTERE IN MOSTRA IL PROPRIO PORTFOLIO FOTOGRAFICO CON LA STAMPA GRATUITA DELLA MOSTRA ALL’INTERNO DEL CIRCUITO DEI PARTNER IN ITALIA E A LL’ESTERO CHE ORGANIZZANO ESPOSIZIONI, INCONTRI  E FESTIVAL. CONGRATULAZIONI A TUTTI I VINCITORI!

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PREMIO MIGLIOR PORTFOLIO 2018

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LE SENTINELLE: ELETTROSENSIBILITA’ IN ITALIA 

 Claudia Gori  

“This is an extra ordinary moment in the life of human beings: the beginning of connectivity, we have not dreamt of a few years ago. All of us, collectively, have to become the guardians of this fragile new world.”

W. Herzog da Low and Behold

In seguito alla diffusione della tecnologia wireless, la popolazione mondiale è oggi esposta in modo massiccio e crescente ai campi elettromagnetici ad alta frequenza emessi da cellulari, cord- less, tablet, wifi, ripetitori. L’OMS stima che sia il 3% della popolazione mondiale a soffrire di ipersensibilità ai campi elet- tromagnetici. L’elettrosensibilità (EHS) è un insieme di sintomi legati alla presenza e vicinanza a questi campi da parte di alcuni soggetti. Tra i più frequenti ci sono cefalee, insonnia, debolezza, deficit di concentrazione, dolori, eruzioni cutanee, disturbi uditivi, visivi e dell’equilibrio, altera- zione dell’umore. I numeri in Italia sono allarmanti, si parla di almeno 600 mila casi. L’EHS è strettamente correlata alla Sensibilità Chimica Multipla (MCS), una sindrome immuno-tossica scatenata dall’esposizione ad agenti chimici: circa il 35% delle persone affette da MCS, infatti, svi- luppa anche ipersensibilità ai campi elettromagnetici. Nonostante l’elettrosensibilità non sia una patologia riconosciuta da parte dell’OMS sempre più persone ne soffrono e modificano radicalmente le loro abitudini ripiegando su un isolamento forzato come unico rimedio al loro stato mentale e fisico. Queste persone sono chiamate sentinelle perché considerati coloro che sentono adesso ciò che po- trebbe diventare un fenomeno sempre più diffuso negli anni a venire.

PREMIO GIOVANE TALENTO 2018

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SANITA’

 Ciro Battiloro —

“C’era dolore in tanta caotica bellezza?C’era eccome!
Il dolore della fatica e dell’indigenza. Ma era un dolore che,lungi dal menomare quella bellezza,la esaltava fino allo struggimento.”

Ermanno Rea, Nostalgia

Il “Rione Sanità” è stato costruito nel XVI secolo, in una cava utilizzata come luogo di sepoltura durante il periodo greco-romano. Il forte legame tra gli abitanti e la morte è una delle caratteristiche distintive del quartiere, come testimoniato dai tanti luoghi di culto.  Il Rione, nato come luogo di residenza per le famiglie nobili e aristocratiche, è diventato uno dei più poveri di Napoli a causa della costruzione del “Ponte Sanità” (in seguito denominato “Ponte Maddalena Cerasuolo”). Il ponte, costruito dai Francesi tra il 1806 e il 1809 e creato per collegare il Palazzo Reale di Capodimonte al resto della città, ha escluso il quartiere dalla vita di quest’ultima, creando un ghetto nel cuore di essa. La Sanità si sviluppa in una depressione: è una realtà urbana a se stante, che non è necessario attraversare per spostarsi da una parte all’altra della città. Questo isolamento acuito da mancate politiche di integrazione e sviluppo ha portato al proliferare di diverse problematiche sociali quali disoccupazione, mancanza di scuole con conseguente evasione scolastica, presenza di organizzazioni criminali. D’altro canto il quartiere ha conservato la sua identità. Tra gli abitanti del “Rione Sanità” è cresciuto un forte senso di appartenenza scalfito solo in superficie dalla modernità. Il quartiere accoglie una vasta umanità con origini geografiche diverse e diverse storie personali. Questa diversità è una ricchezza.   Non c’è solo marginalità, ma anche una vitalità straordinaria; un patrimonio storico artistico di notevole importanza, competenze umane, relazionali, di livello molto alto. Ci sono persone e gruppi capaci di resistere alle spinte disgreganti e di sognare e agire il cambiamento.

PREMIO DUMMY 2018

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MARI EL, A PAGAN BEAUTY

 Raffaele Petralla —

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 Nei dintorni di Yoshkar-Ola, nella Repubblica di Mari-el, una sperduta area rurale della Russia centrale, vive una popolazione di origine finnica. Si chiamano Mari, parlano una lingua appartenente al ceppo ugro-finnico e usano una versione modificata dell’alfabeto cirillico. Si sono insediati in questo territorio attorno al V secolo d.C. La popolazione attuale è di circa 600.000 persone. I Mari sono l’ultima popolazione pagana dell’occidente. Vivono in rapporto simbiotico con la Natura, che viene celebrata come base della loro esistenza. La Natura esercita una religiosità magica sulle persone. Essa è la madre bene fica che protegge l’essere umano. La ciclicità della terra si fonde con le antiche pratiche pagane. La fede dei Mari venera le divinità dei quattro elementi naturali. Nel sedicesimo secolo venne imposta loro la cristianità da Ivan il terribile e il loro territorio fu annesso all’ impero Russo. L’ assoggettamento religioso non fu mai accettato completamente, essi infatti conservano ancora nel proprio credo una quantità signi ficativa di elementi pre-cristiani. Nel XX secolo, con la nascita dell’Unione Sovietica, ai Mari fu proibito uf ficialmente di celebrare rituali e sacrifici.Negli anni della guerra fredda, molti personaggi di spicco dell’ Armata Rossa si rivolgevano in segreto alla guida spirituale Mari -Alexandr Tanygyn- , ponendo quesiti sui possibili esiti di strategie militari, perché affascinati dal loro potere magico. Negli anni ’90, l’economia dei Mari, basata su agricoltura e allevamento, in linea con i dettami dei Soviet, entra in forte crisi con il dissolversi dell’ Unione Sovietica. La povertà e la disoccupazione spingono oggi i giovani ad emigrare verso le grandi città in cerca di un futuro stabile, abbandonando i villaggi e le antiche tradizioni.In questo viaggio a ritroso verso le origini dell’uomo, alla ricerca di linguaggi e culture non ancora scomparse, si entra in contatto diretto con un’etica contadina non ancora scalfita dal tempo.

VINCITORE BORSA DI STUDIO 2018

ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA (Milano)

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UNROOTED

 Hulnaza Karymava —

Il nome del progetto nasce da un concetto legato al significato della parola “sradicamento”. Il progetto narra la storia di alcuni bambini Bielorussi che abbandonano le loro origini, le loro radici per essere adottati da famiglie italiane. Entrano così a contatto con una cultura differente dalla loro, con la quale devono imparare a confrontarsi e, con il tempo, a convivere. Nascere in una nazione significa inconsciamente legarsi alle abitudini, agli odori, alle atmosfere e portarsele dietro per tutta la vita; significa, nella lontananza, sentire la mancanza della propria terra per quanto bella o brutta essa sia. Ogni bambino adottato si sente costantemente a metà tra ciò che aveva sin dalla sua nascita e ciò che invece trova nel momento in cui si trasferisce in un altro Paese. Sente il dolore dell’essere sempre in bilico tra il “qui” e il “là”. Adottare significa mettersi continuamente in discussione, affrontare giorno per giorno problemi creati dalle mancanze di elementi importanti senza i quali questi bambini hanno dovuto imparare a crescere. Partire in Bielorussia e seguire il viaggio di questi bambini attraverso una realtà a loro sconosciuta, un’ esperienza che associazioni come GABB ( Gruppo Accoglienza Bambini Bielorussi) permettono di vivere a tante persone che desiderano intraprendere il percorso dell’ adozione. La voglia di voler fare del bene è il punto di partenza per tante coppie ma certamente è molto meno di quanto realmente è necessario. Chi adotta deve imparare a conoscere la storia di questi bambini, dei luoghi in cui hanno vissuto e delle loro tradizioni. Iniziare una relazione con uno di questi bambini significa quindi entrare in empatia con il groviglio emozionale che lo abita, cercando di comprendere la sua voglia di recuperare la propria identità. In sostanza, vuol dire riuscire a capire la sua forte volontà di colmare i vuoti e la spinta interiore che egli sente nel cercare di raggiungere questo obiettivo. Gli adulti devono accettare di attenersi alla regola implicita dettata dal bambino, attraverso quello che manifesta nei suoi comportamenti  nel suo modo di essere. Ci si trova di fronte a un soggetto che tenderà sempre a sentirsi uno straniero e che rimarrà comunque legato da un sentimento di nostalgia alle sue origini.

Accogliere questi bambini, forse obbligati a crescere troppo in fretta e a dover affrontare situazioni che un bambino ha difficoltà a gestire è un processo difficile per i genitori. L’ adozione rappresenta il momento in cui per la prima volta i bambini ritrovano il piacere di poter ritornare a vivere a pieno la loro infanzia, pur continuando a sentire un costante conflitto interiore. È facile dunque che un genitore adottivo possa fraintendere atteggiamenti, tanto da considerarli insoliti o prenderli come problematiche innate. Essere un genitore adottivo significa dunque mettersi realmente in gioco in queste situazioni, cercando di comprendere quali possano essere le cause di un determinato problema. Si hanno molte più responsabilità rispetto a quelle di un normale genitore biologico poiché si deve cercare di non riaprire ferite ancora non completamente guarite nell’ anima di questi bambini, cercando di aiutarli e di non crearne ulteriori. Fondamentale dunque si dimostra il sostegno di personalità che possano accompagnare figli e genitori in questo percorso, sicuramente duro e faticoso ma che con un lavoro svolto da entrambe le parti può portare alla nascita di un legame forte, rafforzato giorno dopo giorno dalla comprensione e dall’ amore. Una madre è come una sorgente montagna che nutre l’albero alle sue radici, ma una donna che diventa madre del bimbo partorito da un’altra donna è come l’acqua che evapora fino a diventare nuvola e viaggia per lunghe distanze per nutrire un albero solo nel deserto. Tratto da Talmud. Tutti i dolori sono sopportabili Se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi.

Karen Blixen

VINCITORE PREMIO FOTOGRAFIA ETICA 2018

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THE WRETCHED AND THE EARTH 

 Gabriele Cecconi —
Ad agosto del 2017 è cominciato l’ultimo grande esodo della minoranza musulmana Rohingya. Perseguitata da una terribile ondata di violenze da parte dell’esercito del Myanmar. Zeid Raad Al Hussein, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, non ha esitato a definire queste operazioni come un caso di vera e propria “pulizia etnica”. Circa un milione di persone scappate dai propri villaggi vivono oggi nel distretto di Cox’s Bazar, nel sud del Bangladesh. E mentre il futuro di migliaia di famiglie rimane incerto, le condizioni di vita dei profughi sono estremamente precarie. Una delle emergenze più importanti (ma costantemente sottovalutata nelle crisi umanitarie scaturite da migrazioni di massa improvvise), riguarda proprio l’impatto ambientale e le condizioni di vita delle famiglie di questa etnia nel momento in cui si insediano nei territori che li ospitano. Non tutti riescono a integrarsi, non tutti superano il momento di smarrimento psicologico.
Nei campi di Cox’s Bazar la situazione è drammatica. A Kutupalong, nell’area della riserva naturale di Teknaf, ad oggi il più grande campo profughi del mondo, sopravvivono circa 700mila persone. Ogni mattina all’alba, una interminabile carovana di Rohingya solca la rossa terra bengalese per inoltrarsi nella foresta e raccogliere quanta più legna possibile. In assenza di terre coltivabili, nell’impossibilità di lavorare legalmente nel Paese, i profughi dipendono interamente dalla foresta. Secondo uno studio delle Nazioni Unite, ogni mese 70mila tonnellate di legna vengono raccolte da questa popolazione. La conseguenza è che più della metà della riserva naturale è scomparsa e secondo le più recenti stime, potrebbe scomparire del tutto entro il 2019. Il conto alla rovescia è dunque cominciato.
Oltre questo, l’uso del legname come combustibile per cucinare all’interno degli angusti rifugi ha causato una vera e propria epidemia di infezioni respiratorie che secondo la World health organization (Who) rappresenta la prima causa di decesso tra la popolazione Rohingya. I più vulnerabili sono donne e bambini che rimangono all’interno delle “baracche” durante la preparazione del cibo. La deforestazione ha poi effetti e ricadute devastanti a causa dell’aumento dell’erosione del suolo, che a sua volta genera il rischio di frane e inondazioni durante la stagione monsonica. La scomparsa della riserva di Teknaf, creata per preservare l’elefante asiatico, ha creato poi scompensi in questo ecosistema naturale. I campi sono stati costruiti lungo le rotte migratorie dei grandi mammiferi, e decine di persone sono rimaste vittime di attacchi di elefanti disorientati e spaventati dalla perdita del proprio habitat.
A tutto ciò bisogna aggiungere la questione dell’accesso a sicure fonti di acqua. E, non ultima, quella relativa alla gestione delle immense masse di rifiuti prodotti quotidianamente. Sempre secondo la Who nel dicembre del 2017 l’88 per cento dei campioni di acqua raccolti risultavano contaminati da batteri. Nel villaggio locale di Unchiprang, le acque reflue provenienti dal vicino campo profughi, hanno contaminato l’unica fonte accessibile alla popolazione locale creando forti disagi durante la stagione secca.
Ad oggi sono 68 milioni i profughi nel mondo. E molte migrazioni di massa devono fronteggiare problematiche analoghe a quelle che si sono verificate a Kutupalong, in Bangladesh. In una regione particolarmente fragile, di un Paese che è uno dei più vulnerabili ai cambiamenti climatici, la crisi ambientale in atto rappresenta i caratteri generali delle sfide poste dalle grandi migrazioni. Insomma, quella di Kutupalong, dove vive la minoranza musulmana Rohingya, rappresenta è una delle situazioni simbolo che si sono presentate in questi anni di flussi migratori non governati dai Paesi e dalle autorità internazionali.

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ITALIAN PHOTOGRAPHERS AUTHOR

— Vincitori del Premio Voglino —

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WINNERS PAST EDITIONS

— Portfolio Vincitori Premio Voglino—

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CLAUDIO ARESI  |  FEDERICA SASSO   |   FILIPPO VENTURI  |  KARIM EL MAKTAFI      |   LAURA LIVERANI   |  RAFFAELE PETRALLA   |   RICCARDO BONONI  |  TOMASO CLAVARINO  |  YLENIA BRUZZESE   

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